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    <title>Impresanews - Finanza</title>
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    <description>Impresanews</description>
    <language>it</language>
    <lastBuildDate>2012-05-19T20:56:16.797775Z</lastBuildDate>
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      <title>Impresanews</title>
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    <item>
      <title>In arrivo il decreto per la certificazione dei debiti della Pubblica Amministrazione.</title>
      <description>Novità in vista anche per il Fondo Centrale di garanzia.</description>
      <pubDate>2012-05-13T22:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/17911707Small finanza 14 05.jpg' /><br/>Novità in arrivo sul fronte dei debiti della Pubblica Amministrazione. <BR>A breve, infatti, dovrebbe essere pronto il decreto attuativo sulla certificazione dei debiti delle amministrazioni, che consentirebbe al creditore di aver "certezza" della esigibilità del credito per poterlo poi cedere a banche o intermediari finanziari. <BR>La certificazione comporterà l'obbligo di indicare una scadenza oltre la quale il mancato pagamento della pubblica amministrazione trasformerebbe il debito commerciale in debito finanziario, andando a incidere pesantemente sul debito pubblico. <BR><BR>Ancora più imminente, invece, appare la firma del decreto che consentirà di <STRONG>applicare la copertura del Fondo centrale di garanzia anche per anticipi accordati a creditori della Pa. <BR></STRONG>Una firma attesa dagli istituti di credito che, alla luce di questa novità, potrebbero tornare al tavolo con gli imprenditori per ammettere al Fondo tutti i crediti certificati delle imprese. <BR>La copertura dovrebbe applicarsi nella misura massima dell'80% e l'importo massimo garantito dal Fondo, per ogni singola impresa, sarebbe pari a 2,5 milioni di euro. <BR><BR>Insomma, <STRONG>in attesa di recepire la direttiva europea che vincolerà a 30 e 60 giorni i pagamenti della Pubblica Amministrazione, il Governo sta intervenendo su diversi fronti</STRONG> per rispondere alla richiesta di aiuto delle imprese, strozzate dal credit crunch e dalla crisi economica. <BR>Sui tempi di questa rivoluzione copernicana, però, non c'è certezza. <BR><STRONG>La direttiva prevede il recepimento entro marzo 2013</STRONG>; l'articolo 18 dello Statuto per le imprese ha anticipato i tempi a novembre 2012 e dalla Commissione europea continua il pressing per un anticipo ulteriore. <BR><BR>«Non è un problema di forma, ma di sostanza - spiega Raffaello Vignali, estensore e primo firmatario dello Statuto -. Le imprese non possono aspettare le scadenze di legge e, per evitare che queste falliscano per colpa dei debiti della pubblica amministrazione, bisogna recepire con urgenza i nuovi tempi di pagamento indicati dalla direttiva europea». <BR>Tempi lontani da quelli attuali, che in Italia vedono la Pa pagare in media a 200 giorni, mentre la Grecia si attesta sui 157 e la Spagna 144.<BR><BR><BR>Fonte: IL SOLE 24 ORE]]></content:encoded>
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      <title>Pronto il piano per smaltire i debiti della Pa verso le imprese.</title>
      <description>Dalle banche previsti anticipi per almeno il 70%. </description>
      <pubDate>2012-04-16T22:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/12089973 Small finanza 17 04.jpg' /><br/><P>Pronto il piano per smaltire almeno una parte dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese. <BR>Nell'incontro in programma giovedì tra il ministro dello Sviluppo Economico, i vertici dell'Abi e le imprese, arriverà la bozza di un protocollo di intesa al quale si affiancherà un testo che prevede la costituzione del «Plafond progetti investimenti Italia». <BR>L'obiettivo è la creazione di uno specifico fondo per lo smobilizzo presso il settore bancario dei crediti vantati dalle Pmi, denominato "Crediti Pa", risultante di plafond attivati dalle singole banche che utilizzeranno la provvista acquisita dalla Bce, dalla Cdp o da altri canali di finanziamento. <BR><BR>Doppia la modalità: o lo sconto «pro soluto» o l'anticipazione del credito, con o senza cessione dello stesso. <BR>In quest'ultima ipotesi, il cosiddetto «pro solvendo», bisognerà ricorrere alla copertura del Fondo di Garanzia per le Pmi. <BR>La durata dell'anticipazione non potrà comunque essere superiore ai 12 mesi (perché altrimenti i crediti perderebbero la natura di crediti commerciali con pesanti ripercussioni sul debito pubblico) e la sua misura non potrà essere inferiore al 70% del valore nominale del credito. <BR><BR>La proposta dell'Abi prevede che le banche mantengano le linee di credito concesse all'impresa, evitando di computare le anticipazioni erogate ai fini della determinazione della propria esposizione complessiva nei confronti dell'impresa. <BR>I tempi dovrebbero essere serrati: le banche che aderiscono rendono operativo l'accordo entro 30 giorni, lo stesso termine entro il quale va fornita una risposta alle domande presentate dalle aziende. <BR>Giovedì si entrerà nel dettaglio riempiendo il protocollo di numeri, in sostanza bisognerà stabilire l'ammontare minimo del Plafond: nelle settimane scorse era circolata la cifra di 17 miliardi, pari ai debiti considerati più "sicuri" ovvero quelli statali. Sull'entità dei crediti che i fornitori vantano nei confronti della Pa, in assenza di informazioni ufficiali, i ministeri si basano per ora sulla stima della Banca d'Italia: circa 62 miliardi di euro da cui vanno stralciate però alcune voci. <BR>Ad esempio quelle degli enti in dissesto finanziario (nel 2010 circa 440) e delle Regioni che stanno attuando piani di rientro del debito accumulato per la Sanità. <BR><BR>Ad ogni modo, tornando il piano per lo smobilizzo, è previsto ovviamente che i crediti vengano certificati. <BR>E qui entra in gioco un meccanismo al quale in questi giorni hanno lavorato il ministero dell'Economia (dipartimento del Tesoro) e quello dello Sviluppo Economico.<BR> Si tratta di una piattaforma elettronica gestita dalla Consip per certificare i crediti delle imprese verso la Pubblica Amministrazione. <BR>Servirà a semplificare la vita agli enti locali debitori, ai fornitori e alle banche che sconteranno i crediti, ma soprattutto a rendere chiaro, trasparente e standardizzato il processo di certificazione e cessione dei crediti, che, in sostanza, deve essere costruito da zero. <BR>Tutto dovrebbe tradursi in un decreto attuativo già previsto dalla legge di stabilità di fine 2011. <BR><BR>In pratica i fornitori che vantano crediti nei confronti di enti locali e amministrazioni centrali si collegheranno online alla piattaforma che dovrebbe essere messa a punto da Consip e sulla quale gli stessi enti si saranno già registrati. <BR>Attraverso la posta elettronica certificata invieranno copia delle fatture non ancora pagate dalla Pubblica amministrazione che entro 6o giorni è obbligata a rispondere riconoscendo il credito oppure contestandolo. <BR>Nel primo caso, il creditore ottiene una ricevuta elettronica che certifica il credito nei confronti dell'ente. <BR>La certificazione potrà essere utilizzata come collaterale in banca a garanzia di un prestito; oppure potrà essere utilizzata per cedere il credito alla banca. <BR>Con la certificazione telematica si dovrebbe ottenere un altro importante effetto semplificativo. In caso di cessione del credito, infatti, non sarà più necessario notificare al debitore la nuova titolarità del credito attraverso un notaio e con documenti cartacei. <BR>Si potrà avvertire il debitore che il pagamento va fatto ad un altro soggetto sempre sulla piattaforma elettronica utilizzata perla certificazione.<BR> <BR>Giovedì inoltre arriverà sul tavolo del ministro Corrado Passera anche la proposta perla costituzione del «Plafond progetti investimenti Italia», un fondo per il finanziamento di iniziative delle Pmi che dovrebbe avere l'ammontare di 5 miliardi di euro come anticipato nei giorni scorsi dal presidente dell'Abi Giuseppe Mussari.</P>
<P><BR>Fonte: IL SOLE 24 ORE - Giuseppe Chiellino e Carmine Fotina</P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/204/pronto-il-piano-per-smaltire-i-debiti-della-pa-verso-le-imprese-</link>
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    </item>
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      <title>Le imprese familiari resistono meglio alla crisi.</title>
      <description>Risultati migliori nei valori di Roe, fatturato e numero dei dipendenti.</description>
      <pubDate>2012-04-09T22:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/15060506Small finanza 10 04.jpg' /><br/><P>Lo scorso dicembre si è conclusa la ricerca sulle aziende familiari italiane: nella prima parte del lavoro è stata condotta un’analisi dell’andamento economico finanziario su un campione di 3.200 imprese italiane nel periodo 2006-2009. </P>
<P>I risultati dell’analisi rivelano che <STRONG>le aziende familiari presentano mediamente degli indicatori migliori di Roe e crescita del fatturato e che subiscono contrazioni minori in un periodo di crisi economica</STRONG>:<BR></P>
<UL>
<LI><STRONG>Il ROE delle aziende familiari </STRONG>(12,3% nel 2006 e 4,7% nel 2009) <STRONG>è maggiore rispetto a quello delle aziende non familiari </STRONG>(6,8% nel 2006 e 2,1% nel 2009). Il risultato è principalmente prodotto da una migliore rotazione del capitale investito;</LI>
<LI>Nell’arco degli anni osservati (2006-2009) le imprese familiari hanno fatto meno ricorso alla leva; nel 2009 le aziende familiari evidenziano un rapporto PFN/EBITDA di 3,03 (+1,4% rispetto al 2006), mentre le aziende non familiari di 5,36 (+3% rispetto al 2006);</LI>
<LI><STRONG>La resistenza alla congiuntura è confermata dall’analisi del fatturato, che per le aziende familiari cresce </STRONG>(+2,4% a fronte di una contrazione delle imprese non familiari -1,85%), del valore aggiunto (+3,1% imprese familiari vs -0,2% imprese non familiari) e del numero di dipendenti (+16,1% imprese familiari vs +3,6% imprese non familiari).</LI></UL>
<P>La seconda parte del progetto ha coinvolto imprenditori di grandi realtà aziendali per conoscere dall’interno il mondo delle imprese familiari e per comprenderne le peculiarità, le esigenze e le sfide. <BR>Le principali evidenze emerse dalle interviste e dalle analisi realizzate sono:</P>
<UL>
<LI>Una chiara e rapida catena di comando è la caratteristica chiave per la governance aziendale;</LI>
<LI>Il Presidente e l’Amministratore Delegato sono quasi sempre membri della Famiglia Imprenditoriale e nel CdA i familiari sono in maggioranza; inoltre, nel 67% dei casi, nel CdA sono presenti, uno o più consiglieri indipendenti, scelti per la fiducia riposta in loro e per il loro successo professionale;</LI>
<LI><STRONG>Il 70% delle Famiglie Imprenditoriali adotta un orizzonte temporale di pianificazione di medio periodo (3-5 anni)</STRONG> e le decisioni strategiche sono prese nel 62% dei casi dal Presidente o CdA;</LI>
<LI><STRONG>I manager, oltre alle competenze tecniche, devono condividere i valori della famiglia e coltivare lo spirito di appartenenza all’impresa</STRONG>;</LI>
<LI>La dedizione all’azienda è il valore fondamentale che guida le Famiglie Imprenditoriali;</LI>
<LI>Il merito e le decisioni condivise da tutta la famiglia sono ingredienti chiave per mantenere l’armonia;</LI>
<LI>La dedizione al lavoro, l’umiltà ed intraprendenza sono le qualità richieste ad un giovane per entrare in azienda;</LI>
<LI>Dall’ambiente esterno le Famiglie Imprenditoriali si aspettano maggiore visibilità per le aziende e per il loro contributo al paese e una maggior cultura imprenditoriale per i giovani.</LI></UL>
<P>A completamento del progetto, è stata svolta un’attività di benchmark con i Paesi in cui, come in Italia, le imprese familiari sono molto diffuse. <BR>Questo lavoro ha permesso di individuare le best practice a livello internazionale che possono essere proposte e implementate nel sistema italiano.<BR></P>
<P>Fonte: <A href="http://www.impresanews.it">www.impresanews.it</A></P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/199/le-imprese-familiari-resistono-meglio-alla-crisi-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>Il «Made in Italy» cresce grazie alle Pmi.</title>
      <description>Il successo all’estero nasce da nuove formule di distribuzione, vendita e produzione.</description>
      <pubDate>2012-04-02T22:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/412024Small finanza 3 04.jpg' /><br/><P>In un contesto economico in cui l'export rappresenta l'unica voce trainante di un Paese in piena recessione, si scopre che le esportazioni non sono appannaggio quasi esclusivo delle grandi imprese ma beneficiano di un consistente apporto delle Pmi. <BR><STRONG>Il contributo all'export proveniente dalle imprese piccole e medie è pari al 50% del totale, un valore che nei settori tradizionali del Made in Italy è prossimo al 70%. <BR><BR></STRONG>«La capacità di operare sul mercato internazionale non dipende dalla grandezza dell'impresa — spiega a Corriere Economia Giorgio Aguzzi, vice presidente nazionale Cna. — Bisogna avere talento e lungimiranza per entrare con efficacia in un mercato internazionale. Significa esportare, produrre all'estero e distribuire prodotti italiani, facendo crescere di conseguenza anche il nostro Pil. Verso questi imprenditori bisognerebbe orientare l'intervento delle istituzioni e degli altri soggetti deputati alle politiche di internazionalizzazione». <BR><BR><STRONG>Tra le imprese con vocazione estera, quelle più piccole hanno pagato il prezzo più alto alla recessione globale del 2009</STRONG>. <BR>Basti dire che tra il 2008 e 2009 il numero di micro-aziende esportatrici si è ridotto di quasi 30 punti percentuali, una variazione che equivale a una riduzione di oltre 13 mila unità. <BR>Le micro-imprese sono però quelle che meglio delle altre hanno contenuto la caduta delle esportazioni e, anche per la maggiore flessibilità derivante proprio dalla piccola dimensione, pur avendo patito in maniera più accentuata gli effetti della crisi del biennio 2008-2009, hanno saputo approfittare al meglio della ripresa del commercio mondiale del 2010, recuperando per prime i livelli pre-crisi. <BR><STRONG>Il «capolavoro» imprenditoriale delle Pmi italiane sta nell'aver trovato formule di distribuzione, vendita e persino produzione oltre confine</STRONG>:&nbsp; tre fasi costose e apparentemente fuori dalla portata delle aziende di piccole dimensioni. <BR><BR>Esiste la possibilità di un modello alternativo a quello utilizzato dalle grandi aziende che generalmente per la commercializzazione e la distribuzione si avvalgono di filiali, punti vendita di proprietà o in franchising. <BR><STRONG>Invece le imprese di minori dimensioni operano soprattutto tramite reti di agenti e di intermediari </STRONG>che, in nome e per conto del committente, individuano clienti, industriali o commerciali. <BR><STRONG>Questa circostanza rappresenta una novità rilevante per quelle imprese che si sono tradizionalmente affidate a canali lunghi e a modalità indirette di esportazione</STRONG>, basate su buyer, trading companies o importatori, ovvero su soggetti che acquistano i prodotti dai fornitori, per poi rivenderli sui mercati finali. <BR><BR>La forte apertura internazionale dei paesi emergenti ha portato le imprese a guardare ai mercati esteri anche come luogo in cui stabilire attività di produzione. Naturalmente sono soprattutto le grandi aziende a presentare un'elevata propensione a produrre direttamente nei mercati di sbocco. <BR>Eppure emerge un discreto dinamismo anche tra le Pmi che, pur non disponendo delle stesse risorse umane e finanziarie tipiche dei grandi gruppi, dimostrano una crescente abilità nel consolidare una propria catena del valore su scala internazionale. <BR>Basti pensare che il <STRONG>15% delle imprese ha un indotto costituito da almeno un fornitore estero, quota che sale al 25% se consideriamo le sole imprese che hanno esternalizzato</STRONG> almeno parte del processo produttivo. <BR><BR>Oltre il 70% delle grandi imprese ormai commissiona all'estero la produzione di alcuni componenti o la fornitura di specifiche lavorazioni. <BR>Una tendenza che caratterizza ormai anche la piccola azienda che affida analoghe attività fuori dai confini nazionali in circa il 25% dei casi analizzati. <BR>Ecco dove nasce quel 50% di export attribuibile alle Pmi.</P>
<P><BR>Fonte – Corriere Economia ISIDORO TROVATO </P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>La rete accelera credito e competitività. </title>
      <description>Una ricerca evidenzia i benefici ottenuti dall'attivazione delle reti di imprese.</description>
      <pubDate>2012-04-01T22:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/2966680Small finanza 2 04.jpg' /><br/><P>Prendi un'azienda, mettila in rete e otterrai una serie di vantaggi competitivi. <BR>Lo slogan può apparire banale, ma nasconde i risultati di una ricerca qualitativa svolta dal ministero dello Sviluppo Economico. <BR>Attraverso interviste approfondite a 21 imprese appartenenti a 22 contratti di rete, infatti, il documento entra nel merito delle motivazioni che hanno spinto l'aggregazione e dei conseguenti vantaggi.<BR><BR>Si scopre così che non è tanto la leva fiscale a spingere il sistema, ma <STRONG>sono i vantaggi industriali, i minori costi di acquisto, l’accesso al credito facilitato e la maggiore competitività.<BR><BR></STRONG>La Gsm, prima rete italiana legalmente costituita nel marzo del 2010, per esempio, nasce da un rapporto fiduciario tra quattro imprese attive nel settore metalmeccanico ma appartenenti a segmenti diversi della stessa filiera. <BR>Coordinandosi tra loro le imprese hanno capito che avrebbero potuto ottenere maggiore efficienza negli ordinativi. E così è stato. <BR>Hanno semplificato la filiera degli acquisti con benefici in termini di ricarichi più contenuti. In più, la rete ha creato un ufficio unico che gestisce e smista gli ordini, con vantaggi anche in termini di tempi e modalità di gestione. <BR>Non solo benefici, però. <BR>Nel caso di questa rete, per esempio, la criticità principale è rappresentata dalla mancata autonomia patrimoniale: le imprese del contratto hanno creato una srl per gli aspetti operativi non potendo gestirli direttamente con la rete.<BR><BR><STRONG>Anche l'internazionalizzazione emerge come fattore di stimolo all'aggregazione</STRONG>. <BR>È il caso di Automation Net, rete in provincia di Ancona, costituita da tre imprese attive nel campo degli elettrodomestici. <BR><STRONG>Attraverso l'aggregazione le aziende stanno puntando a espandere i mercati di sbocco in Italia e all'estero </STRONG>(in particolare in Turchia) e a fare attività di promozione e organizzazione di fiere in comune. <BR>Un modo per ottimizzare la comunicazione anche attraverso la recente decisione di costituire un logo comune di rete. <BR>In più, puntano a migliorare il rapporto con le banche, finora piuttosto difficile.<BR><BR><STRONG>Altro motivo di aggregazione è dato dal trasferimento di informazioni</STRONG>. <BR>Succede per una rete di Catania, Membrane Dialitiche in Polisulfone, nata appunto per la trasmissione di know how: l'impresa, unica in Italia a produrre membrane dialitiche cave, sta lavorando alla produzione di queste con le Università di Palermo e Catania e il Campus di Roma.<BR><BR>Nel caso di Racebo, rete in provincia di Bologna, composta da 10 imprese attive nei settori moto e auto, il contratto ha rappresentato un beneficio per l'interazione tra le diverse aziende che si pongono alla clientela finale come un unico riferimento. <BR><STRONG>Le aziende lavorano adesso con uno standard comune di qualità e hanno accorciato i tempi di lavorazione, rendendo più rapida l'offerta dei prodotti</STRONG>. <BR>In più, si è registrato un miglioramento dal punto di vista finanziario in quanto ogni impresa è diventata acquirente e fornitrice dell'altra: si è creato così un sistema di bilanciamento economico finanziario tra le diverse imprese.<BR><BR>Il completamento della filiera è il principale motivo che ha portato all'aggregazione di quattro società della provincia di Verona nella rete Energy4Life, cui si è aggiunta successivamente una banca. <BR>Le aziende attive nel settore dell'energia si sono rese conto che il presidio di singole fasi non era sufficiente a garantire un'efficiente gestione del mercato energetico. <BR>Al contrario, <STRONG>l'integrazione degli aspetti tecnologici con quelli a valle della filiera assicura vantaggi competitivi sia dal punto di vista produttivo, sia commerciale</STRONG>. </P>
<P><BR>Fonte – IL SOLE 24 ORE Rosalba Reggio </P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Le iniziative dell'Europa a favore delle Pmi.</title>
      <description>Allo studio nuove misure per aumentare la liquidità.</description>
      <pubDate>2012-03-22T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/19179109Small finanza 23 03.jpg' /><br/><P>«<STRONG>Think small first</STRONG>», pensare in piccolo: ecco la ricetta di Bruxelles per salvare le aziende. <BR>Le piccole e medie imprese sono 23 milioni, occupano il 67% della forza lavoro nel settore privato e rappresentano il 99% delle aziende europee. <BR>Realtà dalle dimensioni contenute ma con un'importanza vitale, che attualmente sono messe a rischio dalla crisi. <BR><BR>La Commissione europea porta avanti con i Paesi UE diverse iniziative a favore delle aziende di piccole e medie dimensioni. <BR>Si parte tagliando costi e burocrazia: ci sono esenzioni e regimi speciali per ridurre gli oneri amministrativi delle microimprese, come quelli per l'adeguamento alle normative UK. Aprire una società in Europa, poi, d’ora in avanti sarà più facile. <BR>Lo confermano i dati dello Small Business Act, la strategia UE per le PMI, attiva dal 2008 e rivista negli ultimi mesi: se nel 2007 per creare una Srl in Europa servivano in media dodici giorni e 485 euro, nel 2010 bastavano una settimana e 399 euro. <BR><BR>L'obiettivo per il 2012 è di arrivare a tre giorni e 100 euro. <BR>La Commissione ha proposto 120 modifiche per rendere più semplice l'accesso ai fondi UE per le aziende di piccole e medie dimensioni. <BR>Alcuni esempi? Cento giorni (contro i 350 di adesso) per ricevere finanziamenti alla ricerca e meno pratiche per il rimborso dei costi anticipati. <BR><BR>Bruxelles sta cercando anche di realizzare nuove iniziative per aumentare la liquidità. È già una certezza la direttiva (presto in adozione anche in Italia) che riduce a trenta giorni il termine per il pagamento dei fornitori da parte delle pubbliche amministrazioni.<BR> Adesso si prevedono schemi di garanzia per le microimprese e risorse dal nuovo programma per la competitività COSME (1,4 miliardi) per facilitare l'accesso al capitale di rischio, il cosiddetto venture capital. <BR>Due iniziative che potranno essere utili per aiutare le aziende a ottenere finanziamenti. <BR>Un aiuto che diventa necessario per i piccoli imprenditori, oggi più che mai.<BR></P>
<P>FONTE: Corriere della Sera</P>]]></content:encoded>
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    </item>
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      <title>Il private equity investe sulle piccole e medie imprese. </title>
      <description>Nel 2011 l'83% delle operazioni ha riguardato aziende con meno di 250 dipendenti.</description>
      <pubDate>2012-03-19T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/3129433Small finanza 20 03.jpg' /><br/><P>«Il bicchiere è mezzo pieno: il potenziale da realizzare è più grande di quello che abbiamo visto in anni di private equity». <BR>E' ottimista John Holloway, responsabile dello European Investment Fund, davanti alla platea dell'Aifi, l'Associazione italiana del private equity e del venture capital che ha celebrato ieri il proprio convegno annuale. <BR>Del resto, come sottolinea il presidente Giampio Bracchi, è un «periodo di grandi cambiamenti», in cui a fronte dei rischi macroeconomici si presentano varie opportunità. <BR><BR>La prima è offerta dalla <STRONG>predilezione del capitale di rischio per le piccole e medie imprese: l'84% degli investimenti realizzati dai fondi nel 2011 ha riguardato, infatti, aziende con meno di 250 dipendenti</STRONG> e il 76% delle operazioni si è concentrato su imprese con fatturati inferiori a 50 milioni di euro. <BR>Un'attenzione che le imprese devono ricambiare - ha spiegato Vincenzo Boccia, presidente della piccola industria di Confindustria durante l'incontro - «in un momento in cui i fondi sono maggiormente attenti alla crescita di lungo periodo». <BR><BR>Certo con la crisi che riduce la possibilità di ricorrere a debito e leva, la visione industriale e di lungo periodo dei fondi è una strada obbligata. <BR>Eppure<STRONG> il matrimonio fra capitale di rischio e Pmi rimane un cammino da percorrere</STRONG>, specialmente adesso che gli investitori stranieri sembrano tornati sul mercato italiano: mentre nel difficile 2010 gli operatori erano praticamente scomparsi dall'Italia, nella raccolta del 2011 tornano a pesare per un quinto, segnale di una, seppur timida, inversione di tendenza. <BR><BR>E se da un lato il dato della raccolta è in calo (-52% a quota 1 miliardo di euro) e a mezza voce qualche operatore afferma che nel parterre sono molti colleghi in cerca di occupazione, tornano positivi i dati degli investimenti e disinvestimenti. <BR><BR>Sono stati 3,6 miliardi di euro investiti nel corso del 2011 dai fondi attivi in Italia, con una progresso del 46% rispetto al 2010, registrato anche nel numero di operazioni, cresciute del 12% da 292 a 326. <BR>E che il settore si stia sbloccando lo evidenziano anche i disinvestimenti («la linfa del private equity» secondo Bracchi), in progresso del 225% rispetto all'anno precedente (con il numero di operazioni in crescita del 13%). <BR><BR>I dati della ricerca condotta da Aifi in collaborazione con Pwc mettono, inoltre, in evidenza aumento dei buy out (operazioni in cui sono i manager a rilevare un'azienda) e un'attenzione verso l'internazionalizzazione: «cresce il numero di aziende italiane che fanno acquisti all'estero, mentre siamo più deboli nel versante Italia su Italia - ha spiegato Bracchi - Questo significa che l'apporto del capitale di rischio per lo sviluppo internazionale rimane essenziale». <BR><BR>Ieri, del resto, Aifi è tornata a sottolineare i dati che valorizzano il contributo dato, negli ultimi 8 anni, dai fondi alle aziende italiane: a fronte di una crescita media del Pil nominale dell'Italia del 2,1% il fatturato medio delle imprese partecipate dal private equity è cresciuto più del 10% annuo, contro un progresso medio generale dell'universo di imprese di circa 4%.</P>
<P><BR>Fonte: IL SOLE 24 ORE - Giovanni Vegezzi<BR></P>]]></content:encoded>
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    <item>
      <title>Garanzia e business plan a supporto del credito.</title>
      <description>Due strumenti aiutano le aziende nei rapporti con le banche.</description>
      <pubDate>2012-03-18T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/9321218Small finanza 19 03.jpg' /><br/><P>Come ottenere finanziamenti dalle banche per la propria impresa? <BR>Una prima e convincente arma a disposizione è il ricorso alla garanzia di un confidi che&nbsp;supporti la banca nella valutazione per la concessione del finanziamento. <BR>Le Pmi nella maggior parte dei casi sono svantaggiate da una debole struttura economico-finanziaria che rende difficile il rapporto con la banca; in questo caso, <STRONG>il ricorso alla </STRONG><A href="http://www.eurogroup.biz/web/garanzia-credito/index.jsp"><STRONG>garanzia</STRONG></A><STRONG>&nbsp;può aumentare le probabilità di successo. <BR></STRONG>Se la richiesta alla banca è poi accompagnata da un ben sviluppato <STRONG><A href="http://www.eurogroup.biz/web/consulenza-gestionale/prodotti/BUSINESS-PLAN_285.jsp">business plan</A></STRONG>, il passo in avanti verso l'ottenimento del finanziamento potrebbe essere quello decisivo. <BR><BR>Il Fondo Centrale di Garanzia fornisce la garanzia pubblica sui finanziamenti erogati alle piccole e medie imprese su tutto il territorio nazionale. <BR>Le garanzie ottenibili possono arrivare a coprire fino all'80% del finanziamento richiesto, lasciando all'imprenditore l'onere di garantire soltanto la restante quota. Inoltre molte Regioni offrono strumenti finanziari e incentivi per rendere più facile l'accesso al credito alle aziende.<BR><BR>È importante però presentare il piano di sviluppo aziendale quando si richiede un finanziamento in banca. Un <STRONG>buon </STRONG><A href="http://www.eurogroup.biz/web/consulenza-gestionale/prodotti/BUSINESS-PLAN_285.jsp"><STRONG>business plan</STRONG></A><STRONG>&nbsp;</STRONG>parte dal fornire una immagine dell'azienda molto approfondita, sia per ciò che riguarda l'attuale struttura che relativamente alla storia che l'ha portata fino ad oggi. <BR>È quindi importante descrivere la situazione del mercato attuale e le prospettive future, con le caratteristiche del proprio prodotto/servizio e le strategie in atto per lo sviluppo. <BR>Bisogna poi dettagliare il progetto di investimento per il quale si richiede il finanziamento, descrivendone caratteristiche, ma anche presupposti, obiettivi e risultati attesi. <BR><BR><STRONG>Molto importante è anche la parte finanziaria, partendo dal piano di copertura degli investimenti fino ad una analisi finanziaria pura della struttura aziendale</STRONG>, magari fornendo anche un confronto con altre aziende del settore. <BR>Nel caso di start-up, poi, è importante che l'imprenditore fornisca una garanzia alla banca sulle proprie capacità di gestire il business e sia ancora più approfondito nell'analisi del mercato, della concorrenza e delle previsioni economico-finanziarie.</P>
<P><BR>Fonte: <A href="http://www.impresanews.it">www.impresanews.it</A><BR></P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Boom dei contratti di rete: oltre 300 le aggregazioni tra imprese.</title>
      <description>Vantaggi apprezzati dalle 1.300 aziende che si sono unite in rete.</description>
      <pubDate>2012-03-14T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/News finanza 15 03.jpg' /><br/><P>Sulla scia dell'innovazione sono arrivate a 1.338 le imprese che hanno deciso di mettersi in rete, dando origine a 305 contratti. <BR>Il dato attuale, confrontato con quello di fine dicembre, dà la misura della velocità con cui i contratti stanno aumentando. <BR>A fine 2011, infatti, secondo l'Osservatorio sui contratti di rete di Intesa Sanpaolo, erano 1.265 le imprese che avevano deciso di mettersi in rete e 247 i contratti. <BR>Il picco del fenomeno appartiene a settembre 2011, in cui sono stati siglati ben 45 nuovi contratti.<BR><BR>Le motivazioni che portano al contratto di rete, così come le ha monitorate l'Osservatorio del gruppo bancario, sono diverse. <BR><STRONG>La prima finalità è di rafforzare la competitività perché «la rete permette alle imprese di co-innovare, mantenere bassi i costi e i rischi, ma anche innalzare la flessibilità organizzativa», </STRONG>spiega Roberto Dal Mas, responsabile del Marketing Imprese di Intesa Sanpaolo. <BR>L'analisi fa vedere che queste sinergie sono nate nel 51% dei casi per la giusta causa dell'innovazione. <BR><STRONG>Seguono a breve distanza la promozione e la distribuzione che interessano il 46% delle reti.</STRONG> <BR>Di queste quasi la metà (il 21% sul 46%) punta anche a <STRONG>potenziare la propria capacità di vendere sui mercati esteri. In un caso su cinque, poi, le reti hanno come finalità l'ambiente, sotto forma di energia. <BR></STRONG>«È questo un tema a cui gli imprenditori e i manager sono molto sensibili. Quando viene citato il fronte ambientale gli obiettivi possono essere molteplici, dagli investimenti nelle energie rinnovabili, alla produzione di beni dedicati ai servizi ambientali come aria, acqua, gestione dei rifiuti, alla riduzione delle emissioni di CO2 come possono essere la filiera delle rinnovabili e le tecnologie per l'efficienza energetica», continua Dal Mas.<BR><BR><STRONG>Ma la rete può essere anche il modo per affacciarsi sui mercati esteri</STRONG> dove da soli, anche per via del noto gap dimensionale dell'impresa italiana, è più difficile andare. A dirlo è ancora una volta un quinto delle reti. <BR>Lo stesso numero cita la maggiore efficienza produttiva. Nessuno, invece, ha mai pensato di creare reti per delocalizzare.<BR>Guardando avanti, Bonomi spiega che <STRONG>sono allo studio «contratti di rete che diano vantaggi anche per un accesso al credito ancora più conveniente, lo sviluppo di reti green e l'internazionalizzazione</STRONG>, tre tematiche fortemente sentite dalle nostre imprese». <BR><BR>La cartina al tornasole dell'innovazione delle reti è rappresentata dai brevetti. <BR><STRONG>Le aziende in rete infatti hanno un miglior posizionamento strategico in termini di brevetti, investimenti esteri e certificazioni di qualità</STRONG>. <BR>Questi fattori hanno consentito loro di registrare performance di crescita e reddituali migliori rispetto alla media del manifatturiero italiano. <BR><BR><STRONG>Le reti sono composte in larga misura da imprese micro e piccole </STRONG>(79%) con un'elevata differenziazione produttiva, nel 47% dei casi. Il restante 53% è rappresentato da reti formate da imprese che appartengono a un unico macrosettore.<BR>Per la percentuale più alta, il 44%, sono nei servizi, seguite dall'industria con il 40% e dal 5% nell'agricoltura. Il terreno dove la rete trova il modo di svilupparsi più facilmente sembra essere il distretto dal momento che un terzo circa delle imprese in rete appartengono a distretti industriali.<BR><BR>La suddivisione regionale, secondo l'analisi dell'Osservatorio di Intesa Sanpaolo vede al primo posto la Toscana, seguita da Lombardia, Emilia Romagna, Veneto. <BR>C'è evidentemente una prevalenza nelle aree centrali e settentrionali e per monitorare sul territorio le peculiarità e le esigenze delle reti l'Osservatorio di Intesa Sanpaolo costituirà in ogni Regione, la prima sarà la Lombardia, un laboratorio che, oltre a studiare l'impatto delle Reti a livello locale, si pone l'obiettivo di incentivarne la formazione nei territori che ne hanno le potenzialità.</P>
<P>Fonte: IL SOLE 24 ORE Cristina Casadei</P>]]></content:encoded>
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    <item>
      <title>Pmi, al via il nuovo accordo tra debitori e creditori.</title>
      <description>Pmi, al via il nuovo accordo tra debitori e creditori.</description>
      <pubDate>2012-02-27T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/5538767Small finanziamenti 28 02.jpg' /><br/><P>Sono più di cinque milioni e seicentomila le imprese italiane che potrebbero essere interessate dalla legge n. 3 del 2012 che introduce nel nostro ordinamento un'opportunità di accordo tra debitore e creditore nei casi di sovra indebitamento delle piccole imprese. <BR><STRONG>In sostanza il 92 per cento delle imprese italiane </STRONG>(in base ai dati elaborati da Unioncamere-Infocamere) <STRONG>che, alla luce della norma vigente in materia di fallimento, non avevano accesso alle procedure standard. <BR><BR></STRONG>«Si tratta di una norma di grande rilevanza per salvaguardare le piccole imprese del Paese - spiega Giuseppe Del Vecchio, responsabile nazionale dell'ufficio legislativo di Confartigianato -. Un provvedimento che abbiamo seguito in Parlamento e che abbiamo profondamente condiviso perché permette alle imprese che si trovano in mancanza di liquidità di continuare a svolgere la propria attività di impresa». <BR>Un'opportunità che, prima della nuova norma, veniva compromessa dalle azioni revocatorie individuali dei creditori che spesso portavano alla chiusura dell'attività. <BR><BR>«La nuova procedura - aggiunge Del Vecchio - supera quella situazione di estrema difficoltà in cui le micro e piccole imprese vengono a trovarsi a fronte delle procedure civili ordinarie di riscossione dei crediti che, oltre ad essere lunghe e onerose per gli stessi creditori, risultano indipendenti fra loro e si assommano in modo frammentario determinando spesso un'aggressione multipla e scoordinata sul patrimonio della piccola impresa e sullo stesso patrimonio personale del piccolo imprenditore. Con conseguenze economiche irreversibili». <BR><BR><STRONG>Che il sovraindebitamento sia un problema reale delle imprese italiane è nei fatti: il rapporto debito patrimonio delle nostre aziende è fortemente sbilanciato e il livello di patrimonializzazione è basso. <BR></STRONG>Tale debolezza è poi esasperata dalle crescenti difficoltà di accesso al credito - tra dicembre e novembre 2011, infatti, gli impieghi delle banche verso le imprese sono calati di ventuno miliardi di euro. <BR><BR>«Da tre anni - spiega Ezio Morselli, consigliere di G40, network che raccoglie circa 500 agenzie di viaggio, la crisi di sovra indebitamento ha colpito duramente il settore. La nuova norma rappresenta una svolta importante per consentire alle imprese di mettere in gioco le risorse disponibili e continuare l'attività». <BR><BR>Un modo per tenere ancora in vita aziende decotte? <BR>«Al contrario, <STRONG>l'obiettivo del legislatore è sostenere le imprese con una capacità reddituale che giustifichi l'esistenza in vita in rapporto ai costi.</STRONG> Si tratta - conclude Morselli - di una norma che aspettavamo da tempo e che speriamo sia seguita a breve da una novità anche sul fronte della crisi da sovra indebitamento per il consumatore privato». <BR><BR>Positivo ma con riserva anche il giudizio di Confesercenti. «Aspettiamo di valutare in concreto l'effetto della legge - spiega Marino Gabellini, responsabile ufficio tributario di Confesercenti -, ma pur apprezzando lo strumento lo riteniamo incompleto. <BR>Questo interviene solo quando le aziende sono in una situazione di criticità spesso irreversibile; quando sono solo in difficoltà, invece, le piccole imprese non sono dotate di uno strumento che le possa supportare, al contrario di quanto succede a quelle con almeno 50 dipendenti e un fatturato superiore ai 10 milioni di euro». <BR>Un possibile freno alle nuove procedure - evidenziato da Confartigianato, G40 e Confcommercio - potrebbe essere poi rappresentato dalla mancanza della esdebitazione civile per i debiti non soddisfatti integralmente alla fine della procedura di <STRONG><A href="http://www.eurogroup.biz/web/finanza-straordinaria/prodotti/RISTRUTTURAZIONE-DEL-DEBITO_4165.jsp">ristrutturazione dei debiti</A></STRONG>, "garanzia" riconosciuta invece per gli imprenditori assoggettati al fallimento e alle procedure concorsuali. <BR></P>
<P>Fonte: IL SOLE 24 ORE - Rosalba Reggio<BR></P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/173/pmi--al-via-il-nuovo-accordo-tra-debitori-e-creditori-</link>
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    </item>
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      <title>Le Pmi che sono diventate leader nel mondo. </title>
      <description>Primati di nicchia nelle Pmi italiane grazie a qualità e specializzazione.</description>
      <pubDate>2012-02-06T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/19169483Small finanza 7 02 slider.jpg' /><br/><P>Dalla meccanica alla rubinetteria sono leader in nicchie di mercato in cui non temono neanche la concorrenza tedesca. <BR>Imprenditori italiani che hanno costruito il loro successo grazie ad alta competenza tecnica, versatilità e spirito di sacrificio, puntando su produzioni in grado di soddisfare le esigenze dei clienti internazionali. <BR><BR>Un Paese fortemente manifatturiero, che occupa posizioni di leadership nel mondo e su diversi ambiti di attività non teme la concorrenza dei tedeschi. <BR>È questo il quadro che emerge dall'elaborazione di Fondazione Edison dei dati relativi agli occupati delle macro regioni europee nel manifatturiero. <BR>Il primato è indiscutibilmente in mano italiana: l'area con più occupati è infatti il Nord-Ovest, in seconda posizione si colloca il Nord-Est e solo in terza posizione si trova la regione tedesca del Nordrhein-Westfalen. <BR><BR>Segno, insomma, che <STRONG>quando un'azienda italiana punta su una nicchia di alta specializzazione e qualità, difficilmente viene scalzata da una posizione di leadership</STRONG>. I numeri lo raccontano. <BR>Basta guardare al settore della rubinetteria e del valvolame, o a quello delle macchine per imballaggio per scoprire due delle tante eccellenze del Paese. <BR>Un mercato, nel primo caso, da 54 miliardi di dollari per le esportazioni italiane che sono le prime a livello mondiale. <BR><BR><STRONG>Tante piccole e medie imprese che disegnano e producono componenti su misura per i propri clienti</STRONG>: sarti abili ed efficienti, anche nella meccanica, che confezionano prodotti su richiesta e li modificano con grande flessibilità. <BR>E proprio in questa abilità si nasconde la capacità di essere leader nel mondo. <BR>I <STRONG>campioni italiani, infatti, non producono articoli di massa ma puntano all'alta qualità e alla specificità del prodotto</STRONG>. <BR><BR>L'impianto italiano che non teme concorrenza è dunque di alto valore tecnologico, è studiato per soddisfare le esigenze del cliente, è seguito da un servizio di assistenza post vendita nella lingua del cliente. <BR>Un mix di qualità e servizio poco percorribile dalla produzione di massa. <BR><BR>Simile il caso della moda. <BR>Se nell'abbigliamento o nella pelletteria che punta al "prezzo" la produzione è già da tempo fuori confine, l'alto di gamma mantiene il suo mercato. <BR>Un marchio forte, infatti, alimenta la sua forza dal valore artigianale di ciò che produce e dalla capacità di offrire prodotti che seguono in tempo reale le tendenze. <BR>Non a caso, infatti, tra le eccellenze del Paese si trovano produzioni di calzature e borse (Centro Italia), occhiali da sole (Nord-Est), tessuti (Nord-Ovest). <BR><BR>Nel quadro complessivo, dunque, l'Italia non solo conta le prime due macro-aree per addetti, ma registra, nella segmentazione per settori, ben nove prime posizioni, mentre la Germania ne conta sette, la Francia, il Regno Unito e l'Irlanda solo una.<BR></P>
<P>Fonte: IL SOLE 24 ORE – Rosalba Reggio<BR></P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>I pagamenti in ritardo mettono in crisi le Pmi.</title>
      <description>La pubblica amministrazione deve pagare 70 miliardi di euro alle aziende.</description>
      <pubDate>2012-02-06T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/3163518Small finanza 7 02 bis.jpg' /><br/><P>Da un lato i ritardi nei pagamenti, che in Italia raggiungono livelli record tra i paesi Occidentali soprattutto sul fronte della pubblica amministrazione e dall'altro le difficoltà di accesso ai prestiti bancari che ne scaturiscono. <BR>È una morsa infernale quella che colpisce le aziende italiane, penalizzando in particolare le piccole e medie imprese. <BR><BR>Secondo una stima della Cgia di Mestre,<STRONG> il mancato pagamento dei crediti costa alle imprese attorno ai 10 miliardi di euro l'anno: la sola pubblica amministrazione deve ancora pagare 70 miliardi di euro alle aziende </STRONG>con le quali ha siglato contratti di fornitura (i tempi medi per saldare i conti ammontano a 180 giorni, vale a dire il doppio del limite consentito, ma nel caso della sanità spesso si arriva a superare quota 300), una situazione che non ha pari in Europa. <BR><BR>Una situazione che rischia di aggravarsi ulteriormente nei mesi a venire. <BR>La situazione è resa ancora più problematica dall'introduzione dell'obbligo (entrato in vigore il 1° gennaio di quest’anno) per<STRONG> le banche creditrici di segnalare alla Centrale rischi di Bankitalia lo sconfinamento dei crediti oltre 90 giorni</STRONG>. <BR>Un limite dimezzato rispetto ai 180 giorni fissati in precedenza per l'Italia (proprio alla luce dei ritardi cronici) in deroga rispetto ai criteri di Basilea. <BR><BR>La Direttiva europea sul ritardo nei pagamenti, approvata poco più di un anno fa dal Parlamento Ue ma non ancora recepita nell'ordinamento italiano, prevede che dopo 30 (e in casi particolari 60) giorni scattino gli interessi di mora all'8%, ma è difficile che, data la congiuntura, questa misura venga adottata in tempi brevi dall'Italia.<BR><BR>Non è solo la pubblica amministrazione, con i suoi ritardi, a strozzare l'economia delle aziende, soprattutto quelle di dimensioni medio-piccole. <BR>Anche i privati hanno le loro grosse responsabilità. <BR>Lo dimostra uno studio condotto da Assicom, azienda specializzata nel recupero crediti e nelle informazioni commerciali di qualità. <BR><BR><STRONG>Tra i principali cattivi pagatori delle aziende italiane, a differenza del periodo pre-crisi, figurano infatti i partner commerciali considerati un tempo più affidabili, soprattutto le aziende</STRONG> che operano nella stessa area geografica del creditore. <BR>L'analisi prende in esame le pratiche di recupero crediti e informazioni commerciali richieste ad Assicom nel periodo intercorso dal 1 gennaio 2007 al 31 settembre 2011.<BR> In particolare lo studio ha messo in luce, rispetto al periodo pre-crisi, una prevalenza delle insolvenze verso le società di capitali e i clienti ubicati nella stessa area geografica del creditore e una significativa criticità verso le aziende estere.</P>
<P>&nbsp;</P>
<P>Fonte: ITALIA OGGI</P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/155/i-pagamenti-in-ritardo-mettono-in-crisi-le-pmi-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>Le piccole aziende possono accordarsi sui debiti.</title>
      <description>Una nuova legge regola il sovraindebitamento delle piccole imprese. </description>
      <pubDate>2012-02-05T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/14997780Small finanza 6 02 slider.jpg' /><br/><P>Una maniera per venire incontro alle difficoltà delle piccole aziende in sofferenza. <BR>La legge approvata in via definitiva dal Senato il 17 gennaio, introduce nel nostro ordinamento un'inedita forma di accordo tra debitore e creditore anche per le imprese al di sotto delle soglie di fallibilità. <BR>Si tratta di una legge che rappresenta la presa d'atto degli effetti della crisi economica e, nello stesso tempo, l'adeguamento del nostro diritto dell'economia. <BR>La legge apre la strada a un intervento futuro per l'introduzione del fallimento del consumatore.<BR><BR>Intanto, viene previsto che il debitore che non può avere accesso alle ordinarie procedure concorsuali, perché di fatto si trova al di sotto dei parametri che la riforma della legge fallimentare considera come indicativi della dimensione dell'azienda, <STRONG>potrà concludere un accordo con i creditori per arrivare a risolvere una situazione in cui con il proprio patrimonio non è più nelle condizioni di fare fronte agli impegni presi</STRONG>.<BR><BR>Tra le maggiori differenze rispetto a quanto previsto nel caso del fallimento "ordinario" c'è però l'esclusione della possibilità dell'esdebitazione.<BR><BR>L'imprenditore cioè <STRONG>è agevolato nel raggiungimento dell'accordo sia da alcune finestre temporali che lo mettono al riparo per alcuni mesi da azioni esecutive, sia per la possibilità di contare sull'aiuto degli organismi di composizione della crisi</STRONG>, ma non potrà contare sulla cancellazione di tutti i debiti residui una volta chiusa la procedura.<BR> <BR>La procedura che viene delineata prevede che la prima mossa toccherà al debitore con la <STRONG>presentazione di</STRONG> <A href="http://www.eurogroup.biz/web/finanza-straordinaria/prodotti/RISTRUTTURAZIONE-DEL-DEBITO_4165.jsp"><STRONG>un'ipotesi di intesa</STRONG></A>&nbsp;che potrà tenere conto, in questo caso sì, di alcune delle possibilità offerte dalla nuova legge fallimentare come, per esempio, la divisione dei creditori in classi. <BR>Da assicurare però il regolare pagamento dei creditori estranei all'accordo e l'integrale soddisfazione di quelli privilegiati.<BR><BR>A vigilare su tutta la procedura c'è poi l'autorità giudiziaria che dovrà verificare, tra l'altro, i requisiti dell'imprenditore che presenta la richiesta, ma anche i contenuti del piano. <BR>Con l'avvertenza che <STRONG>per assicurare la fattibilità dell'accordo è possibile un intervento in veste di fideiussori di soggetti terzi che potranno dare in garanzia beni o redditi in grado di corroborare la realizzazione del progetto. <BR></STRONG>Il giudice dovrà poi verificare anche il regolare adempimento del piano omologato perché, in caso contrario, l'intesa è destinata a essere annullata.<BR><BR>Di sponda con la magistratura dovrà giocare poi l'inedita figura dell'organismo di composizione della crisi alla cui costituzione sono chiamati a partecipare in primo luogo i professionisti e, segnatamente, quei professionisti in possesso dei requisiti per essere nominati curatori.<BR><BR>L'identikit dell'organismo è un po' quello di propulsore di tutta la procedura, perché dovrà assumere <STRONG>le iniziative possibili per il </STRONG><A href="http://www.eurogroup.biz/web/finanza-straordinaria/prodotti/RISTRUTTURAZIONE-DEL-DEBITO_4165.jsp"><STRONG>raggiungimento di un accordo</STRONG></A><STRONG>&nbsp;comunque condizionato all'adesione di almeno il 70% dei crediti.<BR><BR></STRONG>Nella parte sull'usura, la legge estende la possibilità di ottenere un mutuo dal Fondo anche a vantaggio degli imprenditori dichiarati falliti. <BR>A vantaggio delle imprese sotto la pressione dei racket locali o nazionali c'è anche l'intervento degli enti locali che potranno alleggerire il carico fiscale e la previsione della risoluzione del contratto di appalto quando l'appaltatore sia stato condannato per usura o riciclaggio.</P>
<P><STRONG>LE NOVITA' </STRONG></P>
<P><STRONG>Sovraindebitamento <BR></STRONG>La legge introduce nel nostro ordinamento una forma di accordo tra debitore e creditore anche per le imprese al di sotto delle soglie di fallibilità. <BR>In pratica si tratta di un provvedimento che permette di regolare il fallimento delle piccolissime imprese, che finora non hanno avuto accesso alle procedure standard.</P>
<P><STRONG>I soggetti <BR></STRONG>Il provvedimento è rivolto a tutti coloro che si trovino nell'impossibilità di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni o in una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, purché si tratti di debitori che non siano assoggettabili a procedure concorsuali</P>
<P><STRONG>La proposta<BR></STRONG>La proposta di accordo con i creditori deve avere a oggetto un accordo di <A href="http://www.eurogroup.biz/web/finanza-straordinaria/prodotti/RISTRUTTURAZIONE-DEL-DEBITO_4165.jsp"><STRONG>ristrutturazione dei debiti</STRONG></A>&nbsp;e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma. <BR>La proposta può prevedere anche – purché ricorrano certe condizioni, espressamente indicate – una moratoria fino a un anno per il pagamento dei creditori estranei.</P>
<P><STRONG>La moratoria <BR></STRONG>Sotto la vigilanza del giudice è concessa una pausa di 120 giorni da eventuali azioni esecutive sul patrimonio del piccolo imprenditore per dargli modo di condurre le trattative e raggiungere l'intesa con i creditori. <BR>Tale intesa sarà ritenuta valida solo se verrà sottoscritta da creditori che rappresentino almeno il 70% dei crediti.</P>
<P>&nbsp;</P>
<P>Fonte: IL SOLE 24 ORE - Giovanni Negri</P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Le strategie più efficaci per superare la crisi economica.</title>
      <description>100 voti per il sondaggio di Impresa News su Facebook.</description>
      <pubDate>2012-01-17T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/12204615Small finanza 18 01.jpg' /><br/><P>Cosa può fare un’azienda per superare la crisi? <BR>È il tema del <A href="http://www.facebook.com/questions/342136285798002/">sondaggio</A> che il sito Impresa News ha lanciato su Facebook a inizio gennaio. <BR>Il questionario ha ricevuto 100 voti da parte di professionisti, imprenditori e persone che volevano esprimere la loro opinione su quest’argomento. <BR><BR>La strategia migliore per fronteggiare la crisi economica, secondo 42 persone, è quella di fare <A href="http://www.impresanews.it/News/Finanza/139/il-network-piace-alle-piccole-imprese-"><STRONG>network</STRONG></A>&nbsp;con altre imprese per ottimizzare risorse, creare nuove sinergie e aprirsi a nuovi mercati. <BR>Lo dimostra il fatto che in Italia si stanno diffondendo sempre più rapidamente le reti di imprese. <BR>Tra i tanti vantaggi di aderire a un contratto di rete c’è la possibilità di presentarsi alle banche con un rating migliore e quindi con maggiori possibilità di accesso al credito, elemento fondamentale per superare qualsiasi crisi.<BR><BR>La risposta al sondaggio che ha raggiunto la seconda posizione, con 25 voti, è la strategia di investire maggiormente in ricerca e sviluppo. <BR>È questa la strada su cui stanno puntando molte imprese, stimolate anche dalle diverse opportunità di contributi a fondo perduto e agevolazioni che consentono di finanziare i progetti di <A href="http://www.eurogroup.biz/web/finanza-agevolata/index.jsp?area_tematica=Ricerca&amp;ricerca=ok&amp;filtro=ok">ricerca e sviluppo sperimentale</A>.<BR><BR>Sono 16, invece, le persone che ritengono sia fondamentale promuovere un vero cambio di paradigma verso produzioni e consumi sostenibili: la strategia migliore per superare la crisi consiste in questo caso nel puntare sull’efficienza energetica, nel seguire con attenzione ogni fase del ciclo di vita del prodotto, nell’intraprendere nuove azioni di sviluppo in un’ottica di sostenibilità.<BR><BR>Tra le altre risposte emerse nel sondaggio occorre segnalare anche la necessità di ottimizzare i costi (soprattutto se l’azienda è piccola), cercare nuovi sbocchi sui mercati esteri, sviluppare la produzione manifatturiera e intraprendere anche dei rischi per aumentare le vendite e i margini di profitto. <BR>Solo due persone ritengono necessario, per superare la crisi, spostare la produzione all’estero o utilizzare i fondi pubblici a disposizione delle aziende per riqualificare il personale. </P>
<P><BR>Fonte: <A href="http://www.impresanews.it">www.impresanews.it</A></P>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>L’85% di nuovi occupati nella Ue creato da Pmi.</title>
      <description>Le piccole imprese generano più occupazione delle grandi.</description>
      <pubDate>2012-01-16T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/News finanza 17 01.jpg' /><br/><P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">In otto anni le piccole aziende sono riuscite a generare più occupazione delle grandi. Sono le Pmi l'asso nella manica per risollevare l'economia europea dallo spettro sempre più concreto della recessione. Sono gioiellini di innovazione e qualità del lavoro capaci di creare nuova occupazione. Ne è convinta la Commissione Ue che ha pubblicato una fotografia inedita sul peso dei "piccoli". Dove l'Italia conferma però il proprio differenziale con la Germania in termini di posti di lavoro e incentivi. <?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></SPAN></P>
<P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><B style="mso-bidi-font-weight: normal"><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">Tra il 2002 e il 2010</SPAN></B><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt"> - rivela lo studio - <B style="mso-bidi-font-weight: normal">l'85% della nuova occupazione netta (900 milioni di posti) nella Ue è stato creato da piccole e medie imprese</B>. Un ritmo di crescita dell'1% all'anno, il doppio rispetto a quello registrato dalle grandi. Se a Berlino le nuove assunzioni portate in dote dai "piccoli" sono cresciute dell'1,7%, Roma ha registrato un ben più modesto 0,8 per cento, ma ha fatto meglio di Francia ( 0,3%) e Spagna (0,2% per cento). <o:p></o:p></SPAN></P>
<P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><B style="mso-bidi-font-weight: normal"><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">A tirare la volata sono state le start up e le imprese con meno di cinque anni, in particolare nel settore dei servizi</SPAN></B><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">. Nel biennio 2009 e 2010 la crisi ha però mutato lo scenario e i suoi effetti si sono fatti sentire soprattutto tra le piccole imprese, che hanno registrato un calo medio annuo dei posti di lavoro del 2,4% rispetto al rallentamento dello 0,95% in quelle grandi. <B style="mso-bidi-font-weight: normal">Tra le nubi più nere da scacciare per le aziende di minori dimensioni </B>- secondo un sondaggio effettuato da Bruxelles a fine 2010 - figurano <B style="mso-bidi-font-weight: normal">il calo degli ordinativi (che ha colpito il 58% delle Pmi interpellate) e l'aumento dei ritardi di pagamento</B> (segnalati dal 49% dei "piccoli"). <o:p></o:p></SPAN></P>
<P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><B style="mso-bidi-font-weight: normal"><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">L'innovazione si è però dimostrata uno strumento di difesa efficace contro la crisi:</SPAN></B><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt"> nei Paesi più avanzati su questo fronte, infatti, la quota di imprese che lamenta un calo degli ordinativi scende al 45% e quelle che dichiarano di soffrire del ritardo dei pagamenti passa al 32 per cento. <o:p></o:p></SPAN></P>
<P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">Per incoraggiare le Pmi a non licenziare i propri dipendenti o ad assumere nuova forza lavoro i governi hanno messo in campo sistemi di incentivi che includono una riduzione temporanea dell'orario o forme di sostegno per finanziare corsi di formazione continua. Anche qui l'Italia sconta un divario. Se in Germania hanno usufruito di queste agevolazioni il 19% delle Pmi, nella Penisola la quota scende al 12 per cento. <o:p></o:p></SPAN></P>
<P style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" class=MsoNormal><SPAN style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: 'Arial', 'sans-serif'; FONT-SIZE: 10pt">Fonte: IL SOLE 24 ORE – Chiara Bussi<o:p></o:p></SPAN></P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/140/l-85--di-nuovi-occupati-nella-ue-creato-da-pmi-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>Il network piace alle piccole imprese.</title>
      <description>Crescono i contratti di rete per superare la crisi economica.</description>
      <pubDate>2012-01-12T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/2966680Small finanza 13 01.jpg' /><br/><P>Raddoppia il numero delle aziende che hanno siglato contratti di rete per mettere insieme le proprie risorse e beneficiare di sconti fiscali. <BR>Rappresentano ancora una piccolissima nicchia all'interno dell'oceano di piccole e medie aziende italiane, ma le reti d'impresa crescono e lo fanno seguendo percorsi virtuosi che bisognerebbe seguire con attenzione. <BR><BR>Il contratto di rete è stato introdotto nel 2009 per riconoscere gli organismi esistenti, favorirne lo sviluppo e incentivare la nascita di nuovi. <BR>L'obiettivo dichiarato era quello di aumentare la capacità innovativa e competitiva delle Pmi italiane attraverso aggregazioni orizzontali (tra aziende dello stesso settore) o verticali (di filiera) in modo da far acquisire maggiore massa critica, forza di mercato e potere contrattuale. <BR>Nel 2010, per incentivare ulteriormente questa forma di «alleanza», è stato introdotto, per le imprese che aderiscono a un contratto di rete, un regime di sospensione di imposta per gli utili accantonati e destinati agli investimenti indicati nel programma di alleanza. <BR><BR>Una ricerca di Databank, divisione di Cerved Group, sostiene che tra luglio e settembre 2011 sono state create 103 reti d'impresa, pari al 57% del totale. <BR>«Un segnale importante di vitalità e voglia di rilancio — dice Alessandra Romano, direttore operativo Databank —. Le aziende che aderiscono ai contratti di rete hanno sempre un progetto, un piano di rilancio e l'alleanza permette loro di presentarsi alle banche con un rating migliore e quindi con molte più possibilità di accesso al credito, aspetto sempre più determinante nella crisi». <BR><BR>Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto (che occupano i primi quattro posti per numero di reti d'impresa) sono i territori più virtuosi. <BR>La diffusione dei contratti di rete ha però delle forti specificità territoriali: Lucca, Bologna e Bari, per esempio, hanno più imprese che hanno siglato alleanze rispetto a province come Milano e Roma, in cui la massa di aziende è molto maggiore. <BR><BR>Prima del 30 settembre 2011 (scadenza per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali), il processo di sottoscrizione dei contratti di rete ha subito una brusca accelerazione: 470 nuove imprese (il 5% del totale) hanno sottoscritto il contratto proprio sul filo di lana. <BR>Il successo dello strumento non si spiega solo con l'interesse ad ottenere benefici o incentivi, ma con il tentativo di superare la crisi dell'economia unendo le fila e sperimentando nuovi modelli di organizzazione. <BR>Meritano quindi particolare attenzione le aggregazioni tra Pmi che decidono di condividere conoscenze e investimenti per accedere a mercati e opportunità altrimenti precluse. <BR><BR>Resta il problema di crescita e diffusione del fenomeno, se è vero che il 97% delle imprese con contratti di rete fattura meno di 50 milioni di euro. Inoltre tra le Pmi, c'e una diffusa presenza di aziende di dimensione microscopica o di start up. </P>
<P><BR>Fonte:&nbsp; Corriere Economia </P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/139/il-network-piace-alle-piccole-imprese-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>Pmi, conviene investire nella gestione dei crediti commerciali.</title>
      <description>Il 72% ha creato una struttura interna all’azienda.</description>
      <pubDate>2012-01-10T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/10012145Small finanza 11 01 slider.jpg' /><br/><P>Nelle fasi di crisi le aziende che gestiscono meglio i crediti commerciali hanno più chance di superare la congiuntura negativa. <BR>Gli imprenditori lo sanno bene, visto che ben il 72% delle imprese si sono organizzate creando al loro interno una struttura dedicata alla gestione dei crediti commerciali. <BR>È quanto emerge da un'indagine sul campo promossa dal broker assicurativo Assiteca su un campione di 269 imprese italiane. <BR>Dal sondaggio tra i credit manager e i chief financial officer risulta anche che a essere più preoccupate dell'insolvenza dei propri clienti sono le piccole e medie imprese (41% contro 36%): il 25% delle Pmi, infatti. adotta uno strumento di tutela dal rischio di insolvenza (contro l’11% delle grandi imprese) e un altro 16% adotta due o più strumenti (contro il 25% delle grandi imprese). <BR><BR>Adeguate politiche di gestione del credito commerciale hanno permesso alle aziende più virtuose non solo di non peggiorare in maniera sensibile la qualità dei loro crediti in tempo di crisi, ma addirittura di migliorarla. <BR>«Nonostante la congiuntura economica attuale», spiega Stefano Montagno (Hollister), «i tempi medi di pagamento dei nostri crediti commerciali negli ultimi due anni hanno registrato un miglioramento, del 9% per i clienti pubblici, con tempi medi di pagamento di 247 giorni, e del 30% per i clienti privati, con tempi medi di 67 giorni. ll risultato è stato ottenuto grazie a un progetto di gestione del rischio avviato già all'inizio del 2009». <BR><BR>Anche Fabio Galli (Gruppo Manni) ha posto l'accento sulla grande attenzione ai crediti commerciali, «che ci ha consentito di mantenere un portafoglio clienti di elevata qualità e di tenere il livello dei mancati pagamenti all'interno di una soglia fisiologica. Ci affidiamo all'assicurazione dei crediti, utilizzando una polizza tradizionale con linee di credito deliberate su ogni singolo cliente, e facciamo uso anche di factoring». <BR>Strategia simile per Birra Peroni. <BR>«Grazie a una profonda ristrutturazione della gestione del credito commerciale siamo riusciti a ottenere una significativa riduzione dei tempi medi di incasso, nonostante il peggioramento delle condizioni di mercato», ha spiegato Marco Murgia. <BR></P>
<P>Fonte: Milano Finanza</P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/138/pmi--conviene-investire-nella-gestione-dei-crediti-commerciali-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>La speranza delle imprese è affidata all'export.</title>
      <description>Le previsioni per il 2012 dei vari settori industriali.</description>
      <pubDate>2012-01-03T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/12081010Small finanza 4 01.jpg' /><br/><P>Soffia il vento della crisi sull'economia italiana. <BR>È questo il sentimento che accomuna i presidenti delle principali federazioni del manifatturiero e servizi. <BR>Il 2012 è visto con una domanda interna in calo i cui effetti potrebbero essere in parte attenuati dall'aumento dell'export. In queste condizioni riuscire a replicare i ricavi 2011 si potrà considerare un successo. <BR>Le imprese sulla loro strada troveranno inoltre il credit crunch che all'unanimità è visto come l'ostacolo principale. <BR>Una via di salvezza potrebbe arrivare dalle banche se in tempi rapidi trasferiranno all'economia reale la maggior parte di quei 116 miliardi della Bce ottenuti prima di Natale.<BR><BR>Per ora l'anno inizia con la rarefazione degli ordini in tutti i settori, con l'eccezione dei beni strumentali e le calzature. <BR>«Nella meccanica siamo più bravi delle imprese del bacino renano ma per chi esporta si prospetta un anno difficile ma non impossibile - avverte Pier Luigi Ceccardi, presidente di Federmeccanica -. Ma chi ha solo clienti italiani avrà un anno molto complicato». <BR>Si dice un po' più ottimista Giancarlo Losma, presidente dell'Ucimu (macchine utensili). <BR>«La domanda interna ci pare leggermente in crescita e l'export per il primo semestre dovrebbe aumentare del 4,8% - segnala -. Apprezzo la defiscalizzazione dell'Irap ma il costo del lavoro resta troppo gravoso. Il Governo ci deve aiutare con il nuovo Ice, la Simest e la Sace che devono essere finanziati e mantenuti in piena attività a sostegno l'export». <BR>La stessa via viene percorsa da Roberto Snaidero, presidente Federlegno Arredo: «Sarà un'annata difficile e dovremo lavorare molto sull'internazionalizzazione puntando su nuovi paesi oltre ai Bric». <BR><BR>Dalla filiera dell'edilizia non arrivano segnali di ripresa. <BR>«Temo cali a doppia cifra, un crollo verticale aggravato dai ritardi di pagamenti, in media di 8 mesi che per la Pa arrivano a due anni, tempi che mettono a rischio chiusura molte imprese» avverte Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance. <BR>Una contromisura alla crisi potrebbe arrivare da un piano d'investimenti per l'ammodernamento delle infrastrutture «supportato anche da un allentamento del patto di stabilità». <BR>Ne beneficerebbe anche il comparto gomma e plastica perché «i contratti con le utilities locali sono bloccati dal patto» dice Angelo Bonsignori, direttore generale della Federazione Gomma Plastica. <BR>Qui si attende un -2% di domanda interna e un export che tiene «solo grazie agli investimenti dell'ultimo triennio». <BR>L'avere anticipato l'inversione ciclica del 2012 ha messo in relativa sicurezza la chimica, fanno sapere da Federchimica. <BR>La reddittività del comparto resta sotto pressione per i costi energetici, burocratici e fiscali. Situazione drammatica e apparentemente senza via d'uscita quella presentata da Guido Rossignoli, direttore generale Anfia (auto). «In un mercato depresso da ben cinque anni la pressione fiscale sull'auto tocca nuovi record - rimarca -. Sarà un successo se la domanda assorbirà 1,7 milioni di veicoli». <BR><BR>Insomma in attesa della «fase due» del Governo Monti è un navigare a vista. <BR>«Le incertezze che tormentano l'Eurozona non possono che continuare a smorzare il dinamismo delle imprese italiane ed europee verso investimenti a lungo termine e i piani di assunzione - commenta Donato Iacovone, Mediterranean managing partner e Ad di Ernst &amp; Young Italia -. Fondamentalmente la vera sfida per l'Europa e le economie avanzate è la crescita soprattutto legata alla capacità delle economie mature di trovare modalità di sviluppo». Crescita che non si profila all'orizzonte di Giuseppe Pasini, presidente di Federacciai: prevede una produzione in linea con quella del 2011 e un'export stabile. «La vera incognita sono i nostri clienti - avverte - dopo l'allungamento dei tempi di pagamento della filiera c'è la possibilità di nuovi rincari per energia e trasporti». <BR>Stessa visione per Sandro Bonomi, alla guida di Anima (meccanica varia) che aggiunge «in Europa non si vedono politiche espansive e la domanda rallenta, la stagnazione guadagna terreno e non vedo spazi per una ripresina». <BR>Resistono bene i comparti legati al lusso.</P>
<P>&nbsp;</P>
<P>Fonte : IL SOLE 24 ORE – Enrico Netti</P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/134/la-speranza-delle-imprese---affidata-allexport-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>La Ue punta su Fondi di venture capital europei.</title>
      <description>Verso un passaporto europeo e requisiti comuni per gli operatori di tutti i Paesi. </description>
      <pubDate>2011-12-21T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/' /><br/><P>Abbattere le frontiere del venture capital. Per trovare investitori nei 27 Paesi europei e dare così ossigeno finanziario a un numero crescente di start up promettenti. <BR>Con un passaporto made in Europe per gli operatori, precisi requisiti di raccolta e un regime ritagliato su misura. <BR>A questo punta la recente proposta di regolamento della Commissione Ue, che dopo il via libera di Consiglio ed Europarlamento dovrebbe entrare in vigore tra il 2013 e il 2014. <BR>Un ventaglio di nuove regole per dare slancio a un settore che - a detta di Bruxelles - ha «un alto potenziale ancora largamente inespresso per lo sviluppo delle Pmi europee».<BR><BR>I dati più recenti elaborati dall'Evca (l'Associazione europea per il venture capital e il private equity) lo confermano e fotografano un mercato di dimensioni ancora contenute: <STRONG>nel 2010 sono stati investiti 3,5 miliardi di euro in capitale di rischio a sostegno delle prime fasi di vita delle imprese</STRONG>. <BR>Un calo del 41% rispetto al 2007, mentre le Pmi in rampa di lancio che hanno beneficiato di questo strumento sono state 2.855, il 13% in meno. È l'effetto della crisi, ma anche il riflesso delle dimensioni ridotte degli operatori. <BR>Basti pensare che nella Ue il portafoglio medio è di 60 milioni di euro rispetto ai 130 milioni gestiti dai concorrenti americani. <BR>Pesano poi i lacci e lacciuoli normativi che ostacolano la raccolta oltre i confini nazionali, oggi ferma al 12%: solo nove Paesi hanno adottato una regolamentazione ad hoc per i fondi di venture capital, ma nella maggior parte dei casi si tratta di norme diverse da Stato a Stato. <BR>Questa frammentazione si traduce in costi aggiuntivi stimati tra 13.500 e 27mila euro per i fondi che tentano la raccolta di capitali oltre confine. <BR><BR>Di qui la proposta della Commissione Ue di creare un pacchetto di regole comuni e un regime ritagliato su misura per il settore che lo differenzi dagli altri strumenti finanziari. <BR><STRONG>Per poter ottenere il passaporto di "Fondo di venture capital europeo" l'operatore deve investire il 70% del capitale in Pmi non quotate, fornire loro capitale fresco </STRONG>e non ricorrere all'indebitamento. <BR>Il passaporto può essere ritirato se l'operatore non rispetta i requisiti.<BR><BR>«La creazione di un vero mercato europeo per il venture capital, che faciliti il ricorso ai capitali di rischio per le Pmi – sottolinea il vicepresidente della Commissione Ue con delega all'Industria, Antonio Tajani, autore della proposta insieme al responsabile del Mercato Interno, Michel Barnier – è uno dei pilastri della nuova strategia di Bruxelles per facilitare l'accesso alle risorse finanziare. <BR>Questa è una priorità, se vogliamo davvero far ripartire l'economia con piccole e medie imprese in grado di esprimere a pieno la loro potenzialità creativa e competere nell'arena mondiale».<BR><BR>L'Evca applaude alle nuove regole e ai suoi potenziali effetti positivi per le Pmi europee. <BR>«È ora essenziale – sottolinea il presidente dell'Associazione, Karsten Langer – che Europarlamento e Consiglio Ue nel loro iter di approvazione assicurino il rispetto di tutti i requisiti necessari per il passaporto europeo e che diano un via libera rapido alla nuove misure».<BR><BR>L'iniziativa di Bruxelles incassa anche la promozione degli operatori italiani. <BR>«Una volta entrato in vigore – afferma Anna Gervasoni, direttore generale dell'Aifi, l'Associazione italiana del private equity e del venture capital – il regolamento semplificherà la vita degli operatori, stimolerà la convergenza degli strumenti giuridici e contribuirà a creare filiere transnazionali. Ora manca un ultimo tassello per completare il puzzle della creazione di un vero mercato unico del capitale di rischio: l'omogeneità di trattamento fiscale per evitare la doppia imposizione dei fondi che operano in più Paesi». <BR>Lo strumento del venture capital, avverte però Gervasoni, «può essere per alcune imprese un canale per ottenere finanziamenti alternativo rispetto a quello bancario, ma non è per tutti: occorre un progetto di sviluppo ben definito, un piano industriale solido, un management team capace di fare gioco di squadra».</P>
<P>&nbsp;</P>
<P>Fonte: IL SOLE 24ORE - Chiara Bussi</P>]]></content:encoded>
      <link>http://www.impresanews.it/News/Finanza/126/la-ue-punta-su-fondi-di-venture-capital-europei-</link>
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    </item>
    <item>
      <title>Le strategie di crescita che le imprese hanno adottato durante la crisi.</title>
      <description>Riposizionamento sul mercato, diversificazione dei prodotti, maggiore efficienza produttiva.</description>
      <pubDate>2011-12-20T23:00:00Z</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<img src='http://www.impresanews.it/Resources/News/12854890Small finanza 21 12 slider.jpg' /><br/><P>Nell'affrontare le carenze di competitività e le sfide della globalizzazione le imprese italiane di successo hanno seguito nel recente passato due direttrici. <BR>Una di attacco frontale, sulle variabili competitive "core"; l'altra di consolidamento e potenziamento dei fattori abilitanti necessari per sfruttare le opportunità di sviluppo.<BR><BR>Tra le leve competitive, quella che ha caratterizzato più diffusamente i best performer è stata <STRONG>la strategia di riposizionamento. <BR>Geografico, verso mercati in crescita, e merceologico, su segmenti ad alta marginalità. <BR></STRONG>La penetrazione nei mercati nuovi o da sviluppare si è evoluta dall'espansione in mercati geograficamente contigui - modello "imprenditore con la valigia" - al posizionamento su quelli in cui sono presenti consumatori sensibili al made in Italy, con crescita degli strati affluent e middle-class.<BR><BR>Per raggiugerli è stato spesso necessario concludere accordi con reti distributive già attive, o allestire consorzi o società di scopo per penetrare il mercato sfruttando economie di condivisione dei servizi (shared services). <BR>Non è stato un processo rapido, al contrario, i successi sono venuti progressivamente, al seguito di investimenti in relazioni locali, in capitale umano, in tecnologia, in adattamenti ai mercati e ai clienti nuovi e, non ultimo, a seguito di consistenti anticipazioni finanziarie.<BR><BR><STRONG>Le imprese che hanno avuto il coraggio e la determinazione di lanciarsi in mercati geografici e in prodotti nuovi sono state in grado di più che compensare, in termini di incremento di fatturato e di margini, la riduzione riscontrata nelle geografie tradizionali.</STRONG> <BR>Tuttavia, per quanto se ne parli in modo esteso, l'acronimo Bric rimane ancora un'attraente etichetta più che un'opzione strategica concreta per molte delle imprese italiane: in effetti, solo il 6,3% delle esportazioni nazionali (2,3% in Cina, 2,2% in Russia, 0,9% in India e 0,9% in Brasile) viene destinato a tali Paesi (Ice, 2009).<BR><BR>La seconda leva competitiva è stata <STRONG>l'efficientamento dell'area operation, la riduzione dei costi operativi, una priorità obbligata in tempi di crisi. <BR></STRONG>Si è tradotta nell'applicazione di tecniche lean e nell'adozione di azioni combinate su acquisti (per esempio, rinegoziazione e platforming di acquisti non strategici), progettazione (per esempio, design to cost) e supply chain.<BR><BR><STRONG>La terza leva chiave è stata l'adozione di un rigoroso approccio di portafoglio, con cessioni, anche coraggiose, delle linee di business meno remunerative al fine di reperire le risorse necessarie per rafforzare il percorso di crescita nelle aree core o diversificarsi su segmenti più redditizi. <BR></STRONG>Noi possiamo vantare una vivacità imprenditoriale: nuove iniziative, dinamicità delle imprese di minori dimensioni anche in mercati distanti e di elevato posizionamento.<BR><BR>In ordine ai fattori abilitanti, <STRONG>un elemento imprescindibile è stato rappresentato dalla ridefinizione dei rapporti con le banche finanziatrici</STRONG>, mediante l'istituzione di partnership verso gli obiettivi di crescita (ad esempio, utilizzo di strumenti ibridi debito-equity) e dall'incremento della patrimonializzazione tramite <STRONG>il ricorso ad aumenti di capitale diretti o il coinvolgimento di fondi di private equity. <BR></STRONG>Questi ultimi hanno svolto spesso un ruolo utilissimo nel consentire alle imprese in crescita e in proiezione verso nuovi traguardi di mercato la riaggregazione di elementi competitivi (completamento della catena del valore, integrazioni verticali e orizzontali) o la realizzazione di assetti proprietari e di governance più adeguati alle nuove prospettive operative.</P>
<P><BR><BR>Fonte: IL SOLE 24 ORE - Gian Maria Gros-Pietro, economista alla Luiss Guido Carli, e Andrea Nuzzi, economista<BR>all'Università Europea di Roma<BR></P>]]></content:encoded>
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